DELLA RELIGIONE DE’ ROMANI

di TITO LIVIO PATAVINO.
A cura di Rena­to Del Ponte.

Estrat­to da “Hic mane­bi­mus opti­me!”.
Edi­zio­ni Arŷa, Geno­va 2005. 

Tito Livio è sta­to ispi­ra­to­re di for­ti sen­ti­men­ti anche nei suoi più tar­di ere­di d’I­ta­lia. Dun­que, per fini­re, non ci sem­bra inop­por­tu­no ripro­dur­re alcu­ni bra­ni che un gran­de Fio­ren­ti­no del nostro Rina­sci­men­to, un auten­ti­co clas­si­co che non dovreb­be man­ca­re nel­la biblio­te­ca d’o­gni vero Ita­lia­no, Nico­lò Mac­chia­vel­li (1469–1527), ha dedi­ca­to alla reli­gio­ne roma­na. I pas­si sono trat­ti dal capi­to­lo XI del libro pri­mo dei Discor­si sopra la pri­ma deca di Tito Livio.

Del­la reli­gio­ne de’ Romani

Avven­ga che Roma aves­se il pri­mo suo ordi­na­to­re Romo­lo, e che da quel­lo abbi a rico­no­sce­re come figliuo­la il nasci­men­to e la edu­ca­zio­ne sua, non­di­me­no, giu­di­can­do i cie­li che gli ordi­ni di Romo­lo non bastas­se­ro a tan­to impe­rio, inspi­ra­ro­no nel pet­to del Sena­to roma­no di eleg­ge­re Numa Pom­pi­lio per suc­ces­so­re a Romo­lo, acciò che quel­le cose che da lui fos­se­ro sta­te lascia­te indie­tro, fos­se­ro da Numa ordi­na­te. Il qua­le, tro­van­do uno popo­lo fero­cis­si­mo, e volen­do­lo ridur­re nel­le obbe­dien­ze civi­li con le arti del­la pace, si vol­se alla reli­gio­ne, come cosa al tut­to neces­sa­ria a vole­re man­te­ne­re una civil­tà; e la costi­tuì in modo che per più seco­li non fu mai tan­to timo­re di Dio quan­to in quel­la repub­bli­ca; il che faci­li­tò qua­lun­que impre­sa che il Sena­to o quel­li gran­di uomi­ni Roma­ni dise­gnas­se­ro fare. E chi discor­re­rà infi­ni­te azio­ni, e del popo­lo di Roma tut­to insie­me e di mol­ti de’ Roma­ni di per sé, vedrà come quel­li cit­ta­di­ni teme­va­no più assai rom­pe­re il giu­ra­men­to che le leg­gi; come colo­ro che sti­ma­va­no più la poten­za di Dio che quel­la degli uomi­ni: come si vede mani­fe­sta­men­te per [alcu­ni] esem­pli (…). Per­ché dopo la rot­ta che Anni­ba­le ave­va dato ai Roma­ni a Can­ne, mol­ti cit­ta­di­ni si era­no adu­na­ti insie­me e, sbi­got­ti­ti del­la patria, si era­no con­ve­nu­ti abban­do­na­re la Ita­lia e gir­se­ne in Sici­lia; il che sen­ten­do Sci­pio­ne, gli andò a tro­va­re e col fer­ro ignu­do in mano li costrin­se a giu­ra­re di non abban­do­na­re la patria. (…)

E vede­si, chi con­si­de­ra bene le isto­rie roma­ne, quan­to ser­vi­va la reli­gio­ne a coman­da­re gli eser­ci­ti, a ani­mi­re la ple­be, a man­te­ne­re gli uomi­ni buo­ni, a fare ver­go­gna­re i rei. Tal­ché, se si aves­se a dispu­ta­re a qua­le prin­ci­pe Roma fus­se più obbli­ga­ta, o a Romo­lo o a Numa, cre­do più tosto Numa otter­reb­be il pri­mo gra­do: per­ché dove è reli­gio­ne, facil­men­te si pos­so­no intro­dur­re l’ar­mi; e e dove sono l’ar­mi e non reli­gio­ne, con dif­fi­cul­tà si può intro­dur­re quel­la. E si vede che a Romo­lo, per ordi­na­re il Sena­to e per fare altri ordi­ni civi­li e mili­ta­ri, non gli fu neces­sa­rio del­l’au­to­ri­tà di Dio; ma fu bene neces­sa­rio a Numa, il qua­le simu­lò di ave­re dime­sti­chez­za con una Nin­fa, la qua­le lo con­si­glia­va di quel­lo ch’e­gli eves­se a con­si­glia­re il popo­lo: e tut­to nasce­va per­ché vole­va met­te­re ordi­ni nuo­vi ed inu­si­ta­ti in quel­la cit­tà, e dubi­ta­va che la sua auto­ri­tà non bastasse. (…)

Con­si­de­ra­to adun­que tut­to, con­chiu­do che la reli­gio­ne intro­dot­ta da Numa fu intra le pri­me cagio­ni del­la feli­ci­tà di quel­la cit­tà: per­ché quel­la cau­sò buo­ni ordi­ni; i buo­ni ordi­ni fan­no buo­na for­tu­na; e dal­la buo­na for­tu­na nac­que­ro i feli­ci suc­ces­si del­le imprese.