L’AVVENTO MITICO DEL PATRIARCATO

di ROSANNA PERUZZO

Estrat­to da “La dea vol­ta al maschi­le
2016
Edi­zio­ni Arŷa Genova 

È sta­to già det­to che nel­la reli­gio­ne gre­ca e anche in quel­la roma­na, Zeus-Iup­pi­ter, padre degli Dèi e degli uomi­ni e di tut­te le cose, prin­ci­pio e fine di esse, non è divi­ni­tà che si rap­por­ti alla cosmo­go­nia. Di fron­te ad un uni­ver­so, di cui egli non è auto­re, risul­ta anzi ben più giovane.

Sor­pren­den­te­men­te i suoi figli: Ate­na, Efe­sto, Dio­ni­so, Erco­le ed Era stes­sa, sua moglie, furo­no mol­to più anti­chi del padre Zeus; situa­zio­ne atte­sta­ta da testi­mo­nian­ze e natu­ra di cul­to. E che dire di Her­mes, che fin dal­la nasci­ta man­tie­ne un vol­to vec­chio di mil­le­na­ria mali­zia, lui lo scal­tro Cabi­ro, il miste­rio­so Cad­mil­lus dei Pela­sgi? È che Zeus “arri­va­to al pote­re, divo­rò – per usa­re un lin­guag­gio miti­co – i Tita­ni, inclu­so se stes­so nel­la for­ma più anti­ca”. Rac­con­ta Calas­so: “Not­te gli ave­va con­si­glia­to di inghiot­ti­re Fanes, il Pro­to­go­nos, il pri­mo nato ed inghiot­ti­re poi anche gli dèi e le dee che era­no nati da lui e l’universo. Nel ven­tre di Zeus si ritro­vò tut­to ciò che era sta­to e ciò che sareb­be sta­to. Allo­ra sol­tan­to Zeus, che era sta­to un figlio di Tita­no come tan­ti altri, diven­tò l’inizio, il mez­zo, la fine. Era maschio ed anche nin­fa immor­ta­le”. L’operazione richie­se il ricor­so alla magia e per riu­scir­vi, Zeus legò il tut­to con una cate­na aurea, invi­si­bi­le alla luce: solo lui restò libero.

Dura cate­na e Pro­me­teo, il tita­no oscu­ro e ribel­le, dio esso stes­so alle ori­gi­ni dei tem­pi, non la sep­pe mai sop­por­ta­re. Fidia rese bene que­sto con­cet­to di onni­vo­ra fago­ci­ta­zio­ne, nel­la sua cele­bre sta­tua di Zeus, distrut­ta in un incen­dio nel palaz­zo impe­ria­le di Bisan­zio nel V seco­lo. Lo Zeus di Fidia era più vici­no a un dol­men o a un beti­lo, pie­tra cadu­ta dal cie­lo, su cui si fos­se­ro aggrap­pa­ti per vive­re, gli altri dèi ed eroi. Ma Zeus ave­va spin­to la sua bra­ma di pote­re oltre: ave­va già divo­ra­to la sua pri­ma moglie Metis (“accor­to medi­ta­re pri­ma di agi­re”, sco­no­sciu­to ai guer­rie­ri, pron­ti nell’azione). Metis era incin­ta, vuoi di Zeus vuoi del gigan­te Pal­lan­te. La figlia con­ce­pi­ta da Zeus che ne ave­va divo­ra­to l’embrione, nac­que con l’intervento di un’ascia, arcai­ca sim­bo­lo­gia di un pote­re appar­te­nu­to alla Gran­de Madre.

La dea ave­va vie­ta­to a mani maschi­li per­fi­no di toc­ca­re lo stru­men­to. Il pote­re era pas­sa­to attra­ver­so il tra­di­men­to di Efe­sto o Pro­me­teo al dio dell’Olimpo. Così Ate­na poté for­giar­si alla luce del padre, depo­nen­do le sue carat­te­ri­sti­che luna­ri, come un liqui­do pas­sa­to attra­ver­so il cor­po-alam­bic­co del sacro padre: a Rodi si dice­va che una piog­gia d’oro cad­de sull’isola alla sua nasci­ta ed ella, da argen­tea, fu det­ta Chry­se (“l’aurea”). Attra­ver­so l’egida-Gorgone, dive­nu­ta repli­ca al fem­mi­ni­le di Zeus folgoratore.