IL MISTERO DEL TEMPO

di EMANUELA CHIAVARELLI.

Estrat­to da “Arthos” (pagi­ne di testi­mo­nian­za tra­di­zio­na­le).
N° 26 del 2017.
Edi­zio­ni Arŷa Genova.

Secon­do l’induismo, Kalì, dea del dive­ni­re il cui vol­to evo­ca il teschio sola­re, gene­ra l’universo per inghiot­tir­lo e ripro­dur­lo anco­ra richia­man­do­lo ver­bal­men­te all’esistenza dal­la mor­te con i Nomi segre­ti emble­miz­za­ti dai 50 cra­ni (le let­te­re dell’alfabeto san­scri­to) che la orna­no come i gra­ni di una col­la­na. La Paro­la, la splen­den­te Vach, Muc­ca cosmi­ca il cui lat­te ori­gi­nò la Galas­sia, per­met­te, quin­di, di dupli­ca­re il mon­do come il pen­sie­ro lo riflet­te ripro­du­cen­do­lo, ossia rimem­bran­do­lo nel tea­tro inte­rio­re del­la Men­te, moti­vo che rin­via anco­ra alla sim­bo­li­ca dei cra­ni cantanti.

Del resto, pro­prio nell’indù Vach si cela il miste­ro del “capo­vol­gi­men­to” del pro­ces­so cro­no­lo­gi­co e dell’alternanza vita-mor­te: allor­ché la splen­den­te Via Lat­tea per­se la sua luce dive­nen­do, per tut­ti i popo­li, il “Cam­mi­no dei defun­ti”, il suo sacro mug­gi­to, MUA, si capo­vol­se nel­la sil­la­ba AUM. 

Il nucleo seman­ti­co del­la crea­zio­ne-dis­so­lu­zio­ne-ricrea­zio­ne che si attua costan­te­men­te tra­mi­te cicli equi­pa­ra­bi­li al respi­ro divi­no, è sem­pre cela­to nel miste­ro del Tem­po che, nel­la sua ambi­va­len­te com­ple­men­ta­ri­tà Vita-Mor­te, si dila­ta pro­pa­gan­do­si per espan­sio­ne in infi­ni­te, paral­le­le, “spe­cu­la­ri” dimen­sio­ni (anche secon­do le recen­ti teo­rie, tra l’altro, “l’universo asso­mi­glie­reb­be ad un colos­sa­le gio­co di spec­chi”) ripe­ten­do, tra­mi­te perio­di­che inver­sio­ni simi­li ad una sor­ta di “cor­ren­te alter­na­ta”, lo sche­ma del mede­si­mo codice. 

In effet­ti, è il Tem­po, flui­do vita­le e sostan­za che ha tut­to crea­to, a sono­riz­zar­si tra­mu­tan­do­si in Paro­la-Luce, Prin­ci­pio spi­ri­tua­le Coscien­te, “Padre” dal qua­le ema­na la spa­zia­li­tà di un cam­po ener­ge­ti­co simi­le alla “dan­za” da cui, reso con­cre­to ciò che è poten­zia­le, si ori­gi­ne­rà la materia. 

Come gli Alchi­mi­sti, tut­ti i maghi e i sacer­do­ti di ogni epo­ca ten­ta­ro­no di inter­cet­ta­re tale dina­mi­smo vita­li­sti­co, fuo­co segre­to defi­ni­to “Quin­tes­sen­za”: sta­to vibra­zio­na­le dovu­to alle fre­quen­ze magne­ti­che secon­da­rie all’oscillazione mole­co­la­re ine­ren­te al pro­ces­so crea­ti­vo stesso. 

Cer­to non casual­men­te, la nigre­do o putre­fac­tio, pri­ma fase dell’Opera Alche­mi­ca, è det­ta caput mor­ti: testa di mor­to da cui, come dai sim­bo­li­ci teschi dell’Antenato maya, di Orfeo, del­la Tri­mur­ti, di Osi­ri­de, …, si riat­ti­va cicli­ca­men­te il pro­ces­so crea­ti­vo. For­se a que­sti oscu­ri sor­ti­le­gi fina­liz­za­ti a domi­na­re magi­ca­men­te il dive­ni­re inver­ten­do­ne – in cer­te date e duran­te straor­di­na­rie con­giun­zio­ni astra­li – il cor­so, si ispi­ra­ro­no i Tem­pla­ri nel cul­to del Bafo­met­to e dei teschi. 

La sim­bo­lo­gia del­la tra­sfor­ma­zio­ne del piom­bo – sim­bo­leg­gia­to da Satur­no, dio del tem­po cupo, “deca­du­to” del­la sto­ria – in oro, bene espri­me il ten­ta­ti­vo di riat­tua­liz­za­re la fase aurea del­le ori­gi­ni, riper­cor­ren­do “a ritro­so” (meta­fo­ra espres­sa dall’oro inver­so) la dimen­sio­ne tem­po­ra­le. La mede­si­ma con­ce­zio­ne cela­ta nel­la mis­sio­ne di “ripa­ra­re ciò che è dete­rio­ra­to”, è con­di­vi­sa dai Mas­so­ni il cui Teso­rie­re ha, appun­to, il com­pi­to di “tra­smu­ta­re il piom­bo in oro” rige­ne­ran­do la tra­ma del Tem­po e riat­tua­liz­zan­do la per­fe­zio­ne del­le origini. 

Il “plum­beo” Satur­no-Kro­nos fu, del resto, com’è noto, anche il dio dell’Età aurea. Il suo appel­la­ti­vo ricor­da il gre­co krai­nò (= “regna­re”), ter­mi­ne impli­can­te non solo il “capo” del­la comu­ni­tà, ma anche le teste che si appen­de­va­no ritual­men­te agli albe­ri per favo­ri­re la cre­sci­ta dei frut­ti fin dal­la fase del­la “rac­col­ta”: la più anti­ca del­la sto­ria dell’umanità. Il mito del­la mela strap­pa­ta nell’Eden par­reb­be sot­to­li­nea­re la rela­zio­ne tra il frut­to dora­to e un sole per­du­to, emble­ma “pola­re” di un tem­po di lumi­no­sa per­fe­zio­ne a cui rin­vie­rà sem­pre la sim­bo­li­ca dei teschi.